LU.CI. – “I BASILISCHI” DI LINA WERTMULLER

La locandina de “I Basilischi” nella sua versione in lingua francese

Inerte. Come la Lucania, come i Basilischi. Avanguardista. Come Lina Wertmuller, come il suo Cinema.

E’ il 1963 quando la Wertmuller fa il suo debutto come regista e sceneggiatrice ne i “I Basilischi”. Il film, girato tra Minervino Murge, Spinazzola e Palazzo San Gervasio, paese d’origine del suo papà, racconta la realtà quotidiana di tre giovani ragazzi di paese, Antonio (Antonio Petruzzi), Francesco (Stefano Satta Flores) e Sergio (Sergio Ferrarino). Già il titolo racchiude quell’ironia che permea costantemente tutto il lungometraggio: “Basilischi”, infatti, non è solo un antropotoponimo degli abitanti della Basilicata, ma anche quella viscida figura mitologica capace di pietrificare e incenerire chiunque incroci il suo sguardo. Alienata.

Antonio, Francesco e Sergio sono tre venticinquenni che vivono in una realtà sociale schiacciata tra rituali quotidiani che scandiscono un’esistenza vacua e per niente stimolante (come lucertole al sole) e l’inerzia tipica di quei luoghi che, ancorati ancora a vecchi e rigidi schemi, non trovano risorse per costruire un avvenire proprio e autentico, affidandolo al fato o a una pigra provvidenza. E su questa dicotomia la Wertmuller gioca molto nel film, alternando sequenze etnografiche ad altre propriamente narrative.

Infatti, se da un lato la regista riporta tipici spezzati di vita quotidiana, come la sacralità della pennichella post-pranzo che apre il lungometraggio (“Qui da noi, così si usa: dopo mangiato, tutti a coricare; quand’è la controra, si buttano tutti tra le braccia di Morfeo”, recita la voce narrante), le mamme che portano le figlie alle funzioni religiose nella speranza di “accasarle” e ancora i bar, i circoli e il corso come unici luoghi di aggregazione sociale per ragazzi, dall’altra racconta dell’amicizia tra Antonio, Francesco e Sergio, che riescono a mantenere viva nonostante i pregiudizi di chi la vede impossibile per via delle differenze sociali che vi intercorrono.

Antonio è figlio di un notaio severo e austero, che lo ha costretto a intraprendere gli studi di giurisprudenza che lui porta avanti controvoglia e con scarso profitto. Un giorno dovrà continuare la sua professione, così è deciso. Suo fratello invece dovrà sposare la avvilente figlia del farmacista. Francesco, dal canto suo, vede ostacolato il suo sogno di mettere su una cooperativa di contadini dall’inerzia imprenditoriale dei suoi colleghi, più scossi che stimolati dal termine dell’esperienza latifondistica che il nuovo corso repubblicano ha comportato.

Lina Wertmuller, con un’impostazione molto “leviana” ma tematicamente inedita nella storia del cinema italiano, mette a nudo la realtà sociale appulo-lucana del tempo, in specie quella di paese, tipicamente arcaica, patriarcale, classista, dogmatica, dove gli impulsi individuali sono repressi da quelle convenzioni di cui il tempo si fa depositario e traduttore e la società arbitro e degno custode, più durature del bronzo (citando Orazio), più severe di un boia.

Quando Antonio emigra a Roma, trova una realtà piena di trasgressioni che gli fa conoscere se stesso: come nella mitologia, infatti, il basilisco muore solo di fronte a uno specchio. Ma Antonio si sente perso e torna a casa: segno, forse, che i nostri Basilischi sono schiavi di un ineluttabile destino.

ALESSANDRO ROSANO

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