LU.CI. – “DEL PERDUTO AMORE” DI MICHELE PLACIDO

La locandina del film nella sua versione originale

“Confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli che ho molto peccato […]”.
Il vissuto di un umile prete di paese conserva gelosamente le testimonianze di una comunità piccola, rurale e retriva che in un passato non troppo remoto tra intrecci politici e religiosi ha fatto dell’istinto di conservazione un sicuro rifugio dalla paura delle scuotenti voci del progresso. E’ la complicata Italia “paisana” degli anni ’50, quella che Michele Placido, nella doppia veste di regista e attore (Don Gerardo), vuole confessarci in “Del perduto amore”, girato tra Irsina, Ferrandina e Matera e distribuito nelle sale nel 1998.

Un piccolo Gerardo (Pietro Pischedda) viene espulso dal collegio per un presunto scandalo di natura omosessuale. Il papà, un benestante ingegnere, lo affida a don Vincenzo (Lorenzo Gentile), fervente democristiano, che insieme al sindaco uscente, l’avv. Cucchiaro (Rocco Papaleo), e al meschino parroco di paese don Gaetano (Rino Cassano), ha messo su una fitta rete clientelare che, mediante favori o ricatti, permette loro di intercettare il consenso popolare. I banchi della Chiesa diventano quindi efficace mezzo di propaganda politica e le superstizioni e i timori dei “cafoni” diventano terreno fertile per frenare le pericolose istanze femministe ed egualitarie sotto i dogmi di una liturgia patriarcale.

Gerardo coglie subito la meschinità di quel contesto che fa della fede uno strumento di controllo delle masse e cerca di discostarsene. Allora la frequentazione della scuola calcio lo avvicina a Italo (Sergio Rubini), camerata missino, che ostenta il mito della virilità e che non disdegna insulti omofobi quando Gerardo rifiuta un rapporto con una prostituta: non è certa la sessualità del ragazzo, ma la sola ricerca di una identità propria e non precostituita comporta per lui un severo rimprovero sociale.

Egli fa quindi conoscenza di Liliana (Giovanna Mezzogiorno), ventenne militante comunista, “puttanella senza principi né Dio”, come la definisce suo zio, don Vincenzo. Liliana è una benefattrice: recupera un vecchio casolare e ne fa una scuola per ragazze, escluse dall’istruzione nella società patriarcale e relegate alla “cura del focolare”. Crede fortemente nell’istruzione, crede fortemente nell’emancipazione femminile e questa sua tenacia colpisce Gerardo (che se ne innamora segretamente) e scuote le istituzioni politiche e religiose, da cui viene osteggiata con ogni mezzo, compresi i suoi compagni di partito.

Attraverso un cinema popolare ma comunque impegnato, privo di particolare accorgimenti tecnici e a tratti parateatrale, Placido denuncia la corruzione politica e religiosa nella Bassa Italia del dopoguerra da una prospettiva nuova: i protagonisti non inquinano tanto le istituzioni positive, quanto più le coscienze della povera gente. Ne scaturisce un quadro sociale totalmente inerte e funzionale al potere, i cui paradigmi sono l’ordine e la conservazione. Particolare riguardo hanno le tematiche del femminismo e della sessualità, che per quanto interessino gli individui nella loro intimità, vengono rattenute dall’autorità religiosa, costringendo loro a una forma di autocensura e autocoercizione.

Il bianco camice, pallido d’ignavia, diventa perciò rifugio dallo sturm und drang interiore. Immagine di una terra che non riesce a placare il suo tormento, preferendo un’avvilente convivenza. Perchè non sempre la conservazione è una necessità, ma a volte è più una scelta di comodo.

ALESSANDRO ROSANO